E cosa rende il Deep Sea Mining così controverso
Se pensi all’oro, probabilmente immagini lingotti, caveau e quotazioni che scorrono sui monitor. Eppure, una parte del “mito” dell’oro nasce lontanissimo da tutto questo: negli oceani.
Non come tesoro in forzieri sommersi (quello è un altro capitolo), ma come tracce invisibili disperse nell’acqua e, in alcuni casi, come mineralizzazioni sui fondali.
C’è davvero oro nel mare?
L’acqua marina contiene effettivamente oro, però a concentrazioni molto basse: nell’ordine di 1–10 parti per trilione (ppt), cioè 0,001–0,01 mg/m³. In termini pratici, parliamo di oro presente soprattutto in forma ionica o complessata (per esempio con cloruri), e distribuito in volumi immensi.
Per rendere l’idea della scala: se 1 litro di acqua di mare contiene circa 13 miliardesimi di grammo d’oro, per ottenere 1 grammo servirebbero addirittura 13 milioni di tonnellate d’acqua.
Misurare tracce così piccole non è banale: si lavora su campionamenti e su tecniche analitiche avanzate, tra cui la spettrometria di massa al plasma accoppiata induttivamente (ICP-MS) e la spettroscopia di assorbimento atomico, utilizzate proprio perché permettono di individuare quantità minime di metalli in soluzione.

Deep Sea Mining
I dati appena esposti sono la dimostrazione del perchè, al momento, non esiste un progetto industriale capace di estrarre oro dall’acqua marina in modo redditizio.
Arriviamo dunque al Deep Sea Mining (DSM) il cui interesse principale riguarda minerali considerati cruciali per filiere industriali e transizione energetica, come nichel, cobalto, rame e manganese.
Tuttavia, il tema interessa anche chi segue l’oro perché rappresenta una nuova frontiera delle risorse, dove il valore potenziale si scontra con rischi ambientali e incertezze regolatorie.
I rischi più discussi includono la distruzione fisica del fondale, la formazione di nubi di sedimenti che possono estendersi su grandi distanze, disturbo alla fauna (rumore, vibrazioni, luce) e possibili interferenze con i processi oceanici di sequestro del carbonio.
Nel dibattito si citano anche ricadute economiche indirette, come potenziali impatti sulla pesca, con una perdita stimata superiore a 5 miliardi di dollari.
Nelle aree oltre la giurisdizione nazionale, il riferimento è l’International Seabed Authority (ISA) e il cosiddetto “Mining Code”, ancora non pienamente finalizzato, e al contempo almeno 21 governi hanno chiesto una pausa precauzionale, una moratoria o un divieto.
“Soluzioni” e alternative
Se l’obiettivo è ridurre la dipendenza da materie prime critiche, la linea più concreta nel breve periodo è rafforzare l’economia circolare: recupero, riciclo e progettazione di prodotti più “riciclabili”, riducendo la domanda di materiale vergine.
Anche i RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), per esempio, possono contenere concentrazioni elevate di metalli e rappresentano una delle strade più realistiche per aumentare la disponibilità di risorse senza aggiungere pressione su ecosistemi fragili.

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Fonti: weforum.org, oceana.org, greenpeace.org, ilbolive.unipd.it
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