Un 2025 da record per l’agroalimentare italiano

L’Italia al centro del mercato globale

Il 2025 ha acceso il Made in Italy agroalimentare: come rileva AgriMercati ISMEA, nei primi undici mesi le esportazioni hanno sfiorato i 67 miliardi di euro (+5% tendenziale). 

A spingere la corsa non è stata solo la domanda estera: anche la filiera ha accelerato, con il valore aggiunto agricolo a +0,6% nel terzo trimestre e la produzione dell’industria alimentare a +4,5% nei primi nove mesi.

Quali sono le destinazioni?

L’Unione Europea resta il motore della domanda: tra gennaio e settembre hanno spiccato Polonia (+17,3%), Romania (+11,1%) e Repubblica Ceca (+9,1%)

Restano tuttavia estremamente rilevanti Germania, USA, Francia, Regno Unito e Spagna che valgono ancora circa il 50% dell’export complessivo.

Gli Stati Uniti rimangono dunque un mercato strategico – importano 211 mld $ di F&B – nonostante la frenata (gen–set –1,1%), complice il dollaro debole (circa –10% da inizio anno) e nuovi dazi che ad agosto hanno portato a punte negative fino al –22% su alcune categorie. 

agroalimentare 2025 export

I prodotti dei record

Il paniere vincente conferma caffè, panetteria e pasticceria, formaggi, prosciutti e frutta fresca tra i driver dell’export 2025. In particolare, i formaggi segnano +14,9% a valore e +5,6% a volume (gen–ago), con Grana Padano e Parmigiano Reggiano +20,4% a valore; bene anche i salumi (+5,7% gen–ago).

Tra le filiere di punta troviamo quella dell’olio extravergine d’oliva con un’annata 2025/26 di “media carica” e prezzi in raffreddamento; l’export dei primi nove mesi ha toccato le 303 mila tonnellate (+17%). Positiva anche l’ortofrutta che ha registrato un +6,3% a valore e +3,9% a quantità

Sul versante vino, l’Italia si conferma primo produttore mondiale con 47 milioni di ettolitri (+8%) nell’ultimo anno e, per quanto riguarda il consumo interno, si rileva un aumento di spumante (+5,8% volumi e +5% valore).

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Attenzione agli accordi commerciali

Dietro a queste performance c’è un vantaggio intrinseco che fa la differenza: il riconoscimento UNESCO della “cucina italiana”, l’ideale della Dieta Mediterranea e la qualità delle materie prime consolidano la reputazione del Made in Italy e ne aumentano l’appeal sui mercati esteri.

Di estrema importanza sono anche gli accordi commerciali, come l’intesa UE–Mercosur (platea 260 milioni di persone) e la chiusura del negoziato con l’Indonesia (287 milioni di abitanti) che ampliano il bacino potenziale per il Made in Italy. 

Sul piano commerciale, oltre ai “soliti” Top-5, crescono opportunità in Messico, Corea del Sud, Australia e Brasile, e in Europa centro-orientale.

La sfida per il 2026 sarà quella di trasformare il picco in “normalità”, spingendo dove la domanda è più ricettiva (UE e mercati ad alto prezzo medio), presidiare gli USA con strategie mirate e continuare a elevare la qualità percepita del Made in Italy, facendo leva sui tratti distintivi quali innovazione e filiere tracciabili.

Fonti: ismea.it, crea.gov.it, ansa.it


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