Carati: il linguaggio universale dell’oro

Quando un seme diventa lo standard di qualità

Nel mondo dei preziosi, “carati” è una parola che ricorre spesso, ma con due significati diversi: misura del peso per le gemme e indice di purezza per l’oro. 

Conoscerne l’origine e l’uso corretto aiuta a valutare con lucidità sia i gioielli sia l’oro fisico da investimento.

L’origine della parola “carato”

L’etimologia risale al greco κεράτιον kerátion, ovvero il seme di carrubo, passato all’arabo قيراط qīrāṭ con il significato di “ventiquattresima parte”, fino all’italiano carato (ca-rà-to). 

Per tradizione si riteneva che i semi di carrubo avessero peso molto uniforme e potessero fungere da “unità naturale” di riferimento nelle bilance dei mercanti; la standardizzazione moderna ha poi dato un valore univoco al carato come unità di massa e ha consolidato il sistema a 24 parti per la purezza dell’oro.

carati oro helior

Il carato (ct) come unità di peso

Nel gemmologico, 1 carato (ct) corrisponde a 0,20 grammi. È uno standard internazionale che consente di confrontare con precisione i prezzi delle pietre, in particolare dei diamanti, dove il “peso” è una delle famose 4C (Carat, Cut, Color, Clarity – peso, taglio, colore, purezza) e incide fortemente sulla valutazione.

Due diamanti con lo stesso peso in carati possono però avere prezzi molto diversi a seconda delle altre tre C: il carato è necessario, ma non sufficiente, per definire il valore.

Il carato (kt) come indicatore di purezza

Per i metalli preziosi (in primis l’oro) il carato (kt) indica quante parti su 24 sono di oro fino.

  • 24 kt = oro puro (≈ 999,9‰)
  • 18 kt = 18/24 = 75% (≈ 750‰)
  • 14 kt = 58,5% (≈ 585‰)
  • 9 kt = 37,5% (≈ 375‰)

In Italia ed Europa è frequente trovare impressa la titolazione in millesimi (es. 750/1000) accanto o in alternativa ai carati; nei Paesi anglofoni è più comune la notazione kt

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Per evitare equivoci, ricordiamo la distinzione grafica: ct (peso gemme) ≠ kt (purezza oro).

Perché non tutto l’oro è 24 kt

L’oro puro (24 kt) è molto malleabile: ideale per lingotti e uso finanziario, meno adatto per gioielli soggetti a urti e abrasioni. 

Le leghe 18 kt o 14 kt aggiungono metalli (es. argento, rame, palladio) per aumentare durezza e modulare il colore (giallo, rosa, bianco), mantenendo un elevato contenuto di fino. È una scelta tecnica ed estetica, non “una qualità inferiore”: cambia l’impiego.

Un anello 18 kt presenta spesso il punzone 750: significa che 750 millesimi su 1000 sono oro fino; il resto è lega. Un bracciale 14 kt riporterà 585

Attenzione ai termini “placcato”, “laminato” o “filled”: indicano rivestimenti o laminazioni, non la percentuale di oro nell’intero oggetto. 

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Cosa significa per chi investe

Nel mercato dell’oro fisico, i carati (o i millesimi) non sono un “prezzo” a sé, ma il parametro chiave di qualità che incide su riconoscibilità e liquidabilità del metallo. 

Per proteggere il patrimonio, l’asset di riferimento è l’oro 24 kt (999,9‰) in formati standard e con tracciabilità documentata: è ciò che massimizza la facilità di rivendita e la trasparenza nella formazione del prezzo.

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Fonti: wikipedia.org, treccani.it, chimica-online.it


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